Al Signor Presidente, Barack Hussein Obama

Scritto il 10 Novembre 2008
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I had a dream!
Oggi, grazie a Lei, Signor Presidente, il mio sogno prende corpo, la mia battaglia continua, s’intensifica, prende dimensioni più forti e più umane…se mai possibile ancora di più…

Mi sono mossa in favore della Pace, della concordia, della tolleranza, dell’uguaglianza tra l’uomo e la donna e tra i Neri e i Bianchi, per gli anonimi, i N.I.P., i tanti miliardi di «Non Important Persons», oggi divenuto il mio slogan, per il Terzo mondo, sfruttato in modo selvaggio, sottomesso alla schiavitù, alla colonizzazione, al colonialismo; il Terzo mondo che è stato spogliato delle sue immense ricchezze…

Oggi, cambiare non è più un sogno e grazie a Lei tutto diviene possibile…

Il Suo «We can» & «Change» è diventato lo slogan dei deboli e degli oppressi, dei poveri e dei tanti abbandonati al loro destino; in qualità di medico e di psichiatra, di antropologa e di scrittrice, oggi sono dentro la straordinaria speranza che mi permetterà di sollevare pesi che sembrava impossibile anche solo spingere…

La mia determinazione è totale, dietro la Sua capacità di rendermi così fiera, oggi, di essere ciò che sono, una Donna, un’Africana, un’Araba, una Maghrebina, un’Italiana, dunque un’Europea, poiché, dopo il suo ingresso alla Presidenza dello Stato più potente del mondo, divenuto infine «lo Stato esemplare della democrazia», io non sono più una povera piccola donna araba del Terzo mondo. Signor Presidente degli Stati Uniti d’America, io sono fiera di Lei e sono felice del suo successo: mi raccolgo insieme a Lei, in questo giorno storico per l’Umanità intera, dinanzi alla memoria di tutti i Neri ridotti in schiavitù, di Martin Luther King, di tutti gli uomini umiliati dal colonialismo, di tutti quelli oggi hanno consentito che ogni speranza sia permessa a tutti.

Che Dio la protegga   

Casablanca, 5 novembre 2008


Perché ho scelto la psichiatria

Scritto il 10 Ottobre 2008
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Quando decisi di diventare psichiatra, dopo aver studiato medicina per
sette anni, lo feci spinta da una passione che mi portava a credere che
questa fosse la branca più intelligente della medicina. Per me è ancora
così e non me ne sono mai pentita. É qualcosa di enorme non ancora del
tutto conosciuto, studiato e ricercato, poiché svolgo la professione di
psichiatra.

In un paese in via di sviluppo, ho avuto la sola opportunità di pensare a
questa disciplina come possibilità scientifica per delle ricerche che non
esistono veramente: ho iniziato a mettere tutto quello che osservo sotto
la lente dell’epistemologia, l’unico campo lasciato a studiosi come me.

Nessun’altra possibilità di intervenire nelle nuove ricerche in
psichiatria come quelle svolte in America, in chimica o genetica, nella
terapia del comportamento o nelle ricerche sistemiche.


Perché ho scelto l’antropologia

Scritto il 10 Ottobre 2008
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Mi sono immersa nell’antropologia dopo essere stata l’allieva di Georges
Devereux, inventore dell’etnopsichiatria, a Parigi. Sono arrivata a lui in
tempo per specializzarmi in psichiatria. Ne sono stata affascinata. Io ero
assai interessata dal confronto tra le culture, gli individui, le
collettività e le civiltà, ma ho compreso che il sapere etnologico era il
prodotto di una visione univoca della maggior parte dei ricercatori, degli
antropologi e degli etnologi occidentali.

Tutti gli individui studiati dagli europei o dai nordamericani erano
considerate unanimemente come entità  primitive o, nella migliore delle
ipotesi, tradizionali, incapaci di produrre un logos su se stessi, o di
contestare ciò che era stato detto sul loro conto. Io faccio parte di
questa umanità colonizzata, acculturata, incolta, trasformata e modellata
dagli altri.

Per questo oggi sono alle prese con una ricerca ed un progetto enormi, il
cui scopo è quello di rivelare quanto sia stato insopportabile essere solo
‘cose’ viste attraverso strumenti  scientifici quali l’etnologia e
l’etnografia.

I più grandi autori occidentali studiavano e studiano un’altra umanità
considerata esotica, folclorica, tradizionale, primitiva e per tale
ragione particolarmente interessante. Io desidero promuovere un’altra
visione dell’antropologia, dicendo perché il prefisso etno è per me
profondamente arcaico. Questa donna ha studiato e in quanto oggetto dell’ « etno » oggi dichiara: Basta così !
Io sono in una civiltà araba, musulmana, africana, depositaria
dell’eredità arabo-andalusa e non sono in quella fotografata da Gaétan
Georges de Clérambault, descritta da Germaine Tillon, strutturata nella
famglia da Camille Lacoste-Dujardin. Attualmente sono capace di produrre
pensieri, scienza, idee e libri.

Per questo, invito tutti coloro che leggeranno questi pensieri ad
intervenire in questo blog con la forza dell’intelligenza, per cercare
insieme la via maestra per abbattere le ineguaglianze.


Rita EL Khayat

Scritto il 7 Ottobre 2008
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Pensieri in prestito